Ascoltando Atai: nonostante tutto la vita è bella

Le sensazioni lasciate dal racconto di Walimohammed Atai nei ragazzi della IV C del liceo classico Pitagora dopo l’incontro svolto il 23 marzo 2017.


E’ passato qualche anno da quando, sbigottita, turbata e sconcertata ho potuto leggere il famoso best seller del medico afghano Khaled Hosseini, “Il cacciatore di aquiloni”, romanzo talmente realistico, crudo e d’impatto da impressionare anche solo al ricordo della storia che racconta: il panorama è quello di un paese che ha cambiato completamente il suo volto nei decenni a causa della guerra, dei soprusi di chi lo “governa”, di una religione inventata di sana pianta. E’ difficile non immedesimarsi nel protagonista e non sentire la sua storia come se fosse vera, soprattutto per il contesto storico, tragicamente tangibile, che racconta la tragedia di un paese di cui si sa ogni giorno di meno per colpa dell’ormai connaturata situazione di attacchi terroristici e brutali scontri continui. Avvertire le stesse sensazioni provocate da un libro (che per quanto descriva una storia verosimile resta pur sempre un libro) ma per via di una storia reale  e raccontata in modo toccante in prima persona, è stato non solo impressionante quanto unico, ma necessario. Come ci è capitato quando abbiamo conosciuto Walimohammad, 21enne afghano fuggito dal suo paese con il fratellastro più grande. Perché storie simili vanno raccontate in modo freddo e spietato, -l’unico possibile- e meritano l’ascolto di un uditorio, piccolo o grande, interessato realmente, disposto ad ascoltare, a tentare di comprendere, a tollerare, a cambiare idea. A livelli più alti di quanto possa ispirarne un romanzo o un film, un incontro e un’esperienza singolare come questa non possono lasciare solo stupore e malinconia, ma soprattutto devono infondere una speranza trasmettibile solo da chi vive in funzione di un futuro, auspicato durante un presente fin troppo amaro e inammissibile.

Maria Massara


‘La vita è bella’, sono queste le parole che in tutti noi sono rimaste più impresse tra le tante pronunciate da Walimohammad  il 23 marzo 2017. Parole  profonde ed emozionanti, che ti entrano dentro e ci rimangono. Ti cambiano, ti mettono in condizione di fermarti un secondo e  pensare realmente, ma soprattutto  ti fanno capire quanto l’uomo a volte sia egoista e cattivo. Sono le stesse parole pronunciate da Roberto Benigni nel film intitolato appunto ‘la vita è bella’ nel quale interpreta il ruolo di un ebreo trasportato nei campi di concentramento. L’attore commenta questa frase dicendo: “ Pronunciare questa frase nel tuo periodo più buio, non è cosa da niente. Dirlo forse è più  semplice che crederci, ma se ci credi, forse  riuscirai a comprendere  il vero significato di questa vita […]”. Questo ragazzo afgano in soli 21 anni ha vissuto le esperienze più crudeli, atroci e difficili, eppure si ritrova a dire ‘ la vita è bella’… padre impiccato, picchiato e maltrattato più volte fin da bambino , minacciato di morte, bandito dal suo paese, arrivato in Italia dopo un viaggio che a raccontarlo sembra qualcosa di impossibile e frutto di immaginazione, un  fratello  torturato con l’elettroshock.. eppure si, la vita è bella! Incredibile, ma vero. Tutto questo perché? Perché Walimohammad ha sempre visto oltre, ha voluto studiare, aprire gli occhi e uscire da quegli  schemi che ti opprimono, limitano e rovinano la vita. Non ha accettato il sistema del suo Paese e ha voluto cambiare e vivere … Vivere a pieno, realizzare ogni suo sogno, ma soprattutto essere libero .

Maria Chiara Colosimo


Atai Walimohammad, ragazzo afgano di soli 21 anni, ha raccontato tra dolore e strazio la sua esperienza e la situazione nel suo paese, diventata insostenibile a causa degli estremisti religiosi che vogliono imporre la propria ideologia nei territori medio orientali. Anticonformista e autodidatta, ha seguito le orme del padre, purtroppo ucciso dai talebani, auspicando sin da piccolo al cambiamento. Nella giornata del 23 marzo ci ha regalato un’esperienza di vita: “noi siamo affamati di imparare” ci ha ripetuto più volte. Con questa frase ci ha fatto riflettere molto su quanto la vita sia importante e inducendoci a viverla al meglio sfruttando le opportunità che la nostra società ci offre. Infatti a loro viene negata la possibilità di inseguire i loro sogni e realizzare i propri obiettivi, poiché la loro istruzione è limitata in quanto tutto verte intorno alla religione. Agli insegnanti stessi viene imposta la didattica da seguire, costringendo in questo modo a costruire dei muri nella mente degli alunni, privandoli della conoscenza e della visione reale del mondo. Lo studio garantisce una mentalità più aperta ed è sinonimo di libertà. Per queste ragioni, molti sono costretti ad abbandonare la propria famiglia per evitare di essere uccisi. Lo stesso Atai ha dovuto affrontare viaggi pericolosi rischiando la propria vita prima di giungere in Italia. Qui è diventato mediatore linguistico e allo stesso tempo studia per diventare medico come il fratello, che a causa di torture sotto elettroshock si trova in uno Sprar di Crotone dove è ospitato dopo la sua fuga dall’Afghanistan: “ricorda tutto del suo mestiere, ma non riesce a tenere la testa alta ed ha paura che i talebani possano prenderlo anche qui”.

Alessandra Ferro e Giovanni Scicchitano


I ragazzi diciassettenni italiani entrano abbattuti ogni giorno a scuola e ne escono ancora più stanchi. Sempre a dormire o al cellulare, eternamente stanchi e abbindolati dai social network. A 4000 KM circa invece, ci sono ragazzi  che per sfuggire alla guerra e poter andare liberamente a scuola viaggiano sotto un tir, questo è l’esempio di Walimohammed Atai, ragazzo afgano di 21 anni.

Io sono stato colpito e mi sono sentito umiliato sentendo durante l’incontro in classe la storia di Wali che per condurre una vita normale ha dovuto superare vari ostacoli. Io non riesco ad imparare l’Inglese pur avendo dei professori  e pur vivendo in un paese senza guerra, mi appello al fatto che io sia negato, non è vero. Wali  ha imparato l’Inglese e l’informatica da solo, in un paese dove c’è la guerra, con il terrore di morire da un momento all’altro, senza professori e in una società dove è proibito conoscere fuori dai limiti stabiliti.

Io per fare l’iscrizione all’anno scolastico chiedo a mio padre dicendo che non l’ho mai fatto e non lo so fare. Lui si butta in un fiume pur non sapendo nuotare per passare dalla Turchia alla Grecia senza chiedere aiuto al padre, perché lui una figura paterna non ce l’ha più, gli è stata portata via dalla società stessa. Il padre di Wali  invece di stare a capo chinato accettando passivamente le ideologie perverse dei talebani ha provato ad alzare la testa perché aveva capito che l’estremismo religioso era pericoloso. Per questo è stato ucciso. Atai non ha avuto paura di alzare la testa come il padre, e pur sapendo di andare incontro alla morte è scappato dall’Afghanistan, arrivato in Turchia, poi in Grecia e infine in Italia collezionando anche diversi arresti. Ora racconta la sua storia per provare a cambiare il suo paese sensibilizzando chi non conosce a fondo la realtà dalla quale in tanti scappano per essere liberi di imparare e vivere.

Francesco Proietto


“Lo terrò con me, non lo lascerò mai solo” è quello che Walimohammad Atai ha affermato parlando di suo fratello dopo averci raccontato dell’esperienza vissuta alla tenera età di 16 anni per sfuggire dall’Afghanistan.  “Ha avuto una vita difficile in seguito all’elettroshock, non riesce a ragionare più bene. Una carriera da medico buttata al vento”. Parole quelle di Wali pronunciate con le lacrime agli occhi che si commentano da sole. Non si può pensare che ai giorni nostri ci siano ancora esseri umani costretti a rinunciare ai loro diritti solo per appartenenza ad una setta politico-religiosa che non permette agli uomini di vivere liberi come meritano. La libertà di pensiero e di parola dovrebbe appartenere a tutti, senza distinzione di etnia o luogo di provenienza. Questo è il diritto fondamentale che accomuna tutto il mondo, e nessuno può prendersi il lusso di negarci ciò. Grazie ad Atai abbiamo capito quanto questo diritto sia  importante e quanto noi siamo fortunati ad avere questa possibilità. Critichiamo il nostro paese, mentre lui afferma: “è un paese stupendo, mi sto trovando benissimo e da qui e non me ne andrei mai”.

Luca Maida


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Un pensiero su “Ascoltando Atai: nonostante tutto la vita è bella

  1. Atai Walimohammad è un ragazzo afgano ed è riconosciuto dallo stato italiano rifugiato politico, lavora con me nella commissione territoriale per il riconoscimento dello status dei rifugiati.

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